Arte contemporanea Mostre

Oren Eliav – Mount Zero

Mount Zero, 2020

“Negli empori fenici, soffèrmati, e acquista belle mercanzie…” così cantava, nella sua forse più celebre poesia, Itaca, Costantino Kavafis: un inno d’amore al viaggio, senz’altro, soprattutto al viaggio mediterraneo. E questa poesia mi è affiorata alla mente visitando Mount Zero, la personale che la Galleria Building di Milano ha ordinato per Oren Eliav (Tel Aviv, 1975).

Anche questa mostra parla tutta di Mediterraneo e ne dichiara l’essenza stessa: crocevia di genti, luogo d’incontri.

I rossi, i gialli, i verdi, i blu, gli azzurri, gli ocra, i rosa ora accesi, ora intensi, ora profondi, ora iridescenti, ora accecanti sono colori del Mare Nostrum. Sono richiami della sua -del mare- vocazione a mettere in relazione; del suo -del mare- essere testimone dei passaggi i piedi e le gambe dipinti che corrono sulle montagne (Slope V) o attraverso l’acqua (Crossing e Crossing II).

Valley, 2020
ⓒ M.A. Sereni
Allestimento
ⓒ M.A. Sereni
Slope IV, 2020
ⓒ M.A. Sereni

Il viaggio espositivo s’inizia al piano terra, che ospita la prima sezione della mostra, davanti a Valley, 2020, un paesaggio mascheratamente realistico: ampie e corpose macchie di colore compongono incombenti e affilate rocce che proteggono l’ingresso di una valle in cui una distesa d’acqua fronteggia una catena montuosa. La venatura grigioverde che caratterizza alcuni lati di queste rocce viene poi ripresa e riproposta nelle grandi tele allestite sulla quinta e sulle pareti a destra, tutte intitolate Slope, andando a costituire la trama dalla quale emergono, sol che l’osservatore ci metta distanza e tempo necessari, pendici, massi, case: da dettaglio pittorico a tecnica pittorica. Questa mutazione, da dettaglio a tecnica, è interessante, ma non nasconde ambiguità. Il continuo salto tra “contenuto” della pittura e medium pittorico (e la conseguente differenza di lettura) costituisce una costante di questa mostra; ed in fondo si adatta allo spirito del tema mediterraneo: i piedi che vediamo, viaggiano o migrano, scappano o attaccano? La metafora del viaggio è, comunque, l’altro punto fermo nell’esposizione, organizzata proprio come un viaggio, fisico e temporale insieme: dall’alba e dalla terra originaria del piano terra, al giorno e al viaggio vero e proprio del primo piano fino alla sera e al riposo (o al raggiungimento della meta?) al secondo piano. Scansione fisica delle sezioni; variazione delle cromie nei quadri (tonalità che vanno schierandosi all’alba del piano terreno, i colori accesi del giorno al piano superiore e le tonalità blu notte ancora più in alto); presenza di opere che come pietre miliari ritmano il percorso (la serie Stone) rendono esplicita l’idea dello sviluppo.

Crossing, 2020
ⓒ M.A. Sereni
Crossing II, 2020

Al piano primo siamo, infatti, in pieno attraversamento: un grande polittico dai colori vividi (Crossing, 2020) mette in scena gambe che oltrepassano un corso d’acqua; dirimpetto, invece, Crossing II, 2020 estrapola un dettaglio dal suo omonimo e lo vira su tonalità blu, trasformandolo in un’espressione di mero colore. E qui, il gioco dell’artista comincia a farsi scoperto.

Al secondo piano cala la notte (l’allestimento si sforza di smorzare la luce proveniente dalle finestre schermandole con le tende). Si lasciano a riposo gli strumenti, come le lunghe corde di immaginari navigli: così Lenght, 2020 coglie come pretesto un gomena abbandonata su una banchina, oltre la quale si immagina il mare che, nella parte superiore del quadro, si fonde con il cielo, per lasciare, in verità, parlare le forti connotazioni emozionali di intensi blu che trapassano in verdi bagnati, in un’opera poeticissima. Di notte, si sogna; e -si direbbe- si sogna italico: due piccoli quadri (Elevation (first dream) e Elevation (second dream), entrambi 2020) propongono, sotto il velo si tessiture, velature, striature presenti anche in molte delle opere allestite, architetture e personaggi che paiono tratti da una qualche giottesca deposizione o contemplazione di Cristo e denunciano un’attenta conoscenza di un momento saliente della storia culturale occidentale.

All’ultimo piano una “bonus track”. Quattro coraggiosi dipinti rosa e rossi, rendono omaggio al percorso compiuto con richiami, reminiscenze, esplicite riprese. Il tutto ambientato in una luce rosa accecante di un sole che splende allo zenit, svaporando profili e sbiadendo i colori, e riportando il viaggio ad una sorta di punto zero, equidistante da inizio e fine, e quasi spostandolo in un’altra dimensione (la figura avvolta nel sudario, che appare in due quadri quasi identici –Equalizer-, sembra, non senza una qualche apprensione, indicarlo chiaramente).

Slope VI, 2020
Equalizer II e I, 2020

Quella espressa qui è una pittura matura, personale; capace di misurarsi sulla grande e sulla piccola dimensione senza perdere incisività; cólta (più di uno i richiami alla mitologia e alla storia culturale occidentale); tecnicamente salda (magistrale, per quei tocchi di bianco che scintillano sulla pietra, Stone/Flower one, 2020), sviluppata su pennellate larghe o più sottili di colore cangiante, abili nel comporre narrazioni o evocazioni, tra figurazione, aniconicità e ambiguità percettive e tematico-contenutistiche.

L’autore, infatti, lungo tutto il percorso espositivo, estrapola porzioni di quadri e li ripropone in altre opere, tramutandone la percezione: da un dettaglio di Crossing nasce Crossing II, il vibrante monocromo blu della seconda sezione in cui le sagome dei piedi che ancora affiorano sono l’unico indizio ed evocazione di Crossing. Questa modalità operativa è presente anche in altri momenti della mostra, l’abbiamo visto all’opera nella prima sezione applicato alle tele Slope, un dettaglio diviene, in questo caso, esperimento quasi gestaltico per cui la percezione dell’opera varia. In effetti, l’autore afferma che “la pittura è un’opportunità per analizzare l’atto del guardare.” Di giochi percettivi se ne incontrano molti, nel corso della visita, oltre a quello appena citato. La stabilità della visione e della rappresentazione sono sempre minate da venature orizzontali o verticali (Length o Slope, ad esempio) oppure dalla sovrapposizione di pattern legati al ricamo di tessuti e tappeti (elemento quasi biografico che rimanda istintivamente a vicende mediorientali -anche se in Crossing at night, 2020 compare un disegno messicano-); talvolta sono proprio questi motivi a costruire la scena, come in Slope VI, 2020; altre volte, invece, una sottile e evanescente “bruma” lattiginosa dal piede del dipinto comincia a risalire schermando l’immagine (Curve, 2020).

Stone/Flower one, 2020

A questo punto ci si può legittimamente chiedere se questo dipingere raffinato e adatto ad ogni occasione non si appoggi al suo contenuto ideologico e culturale unicamente come giustificazione di una ricerca che rimane confinata al “fatto pittorico”, senza volersi scopertamente dire tale.

Crossing at night, 2020

Talvolta si ha la sensazione che l’autore si compiaccia della propria abilità, sbilanciandosi sul lato decorativo ed ornamentale e lasciando al polo contenutistico solo la funzione ancillare del pretesto. Crossing at night è, ad esempio, un dittico di straordinaria potenza visiva: un monocromo blu ravvivato da movimentati segmenti zigzaganti bianchi e azzurri e da una serie di rombi concentrici al centro del dipinto. Solo in un secondo momento emerge dal blu all’interno dei rombi la parte figurativa del quadro: un uomo con bastone trasporta sulle spalle un anziano: difficile dire quale sia  l’asse portante del dipinto, se l’evocazione della pietas di virgiliana ascendenza o la presa di coscienza del colore blu.

Galleria Building, via Monte di Pietà 23, Milano ¦ 15 settembre / 17 ottobre 2020

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