Arte contemporanea Mostre

The Falseness of Holes

Well done!
Restart.

Sicuramente la mostra stupisce: andare a vedere la mostra di Aleksandra Domanović (artista serba, classe 1981), vincitrice del 5° premio di scultura della Fondazione Arnaldo Pomodoro, e trovare solo una teca nella quale è custodito il ritratto della Portinaia, 1883-1884, di Medardo Rosso sorretta da un parallelepipedo bianco è abbastanza stupefacente. Virtualmente, come lo è passare dalla Sala del Parnaso, stanza nella quale è ospitata l’esibizione, in uno studio ginecologico. Ma andiamo con ordine.

Entrando nella citata sala si nota immediatamente, con un allestimento minimale e classico, al centro dello spazio, la piccola scultura rossiana collocata su un piedistallo, avvicinandosi per osservarla si farebbe poco caso al basamento se questo non fosse decorato con motivi geometrici segmentati e circolari (che mi hanno ricordato alfabeti alieni in film di fantascienza) e da un particolare codice a barre rosso.

Questo basamento in kerrock sloveno (un materiale composto da polvere di bauxite e colla, già impiegato dalla Domanović per diverse sculture) costituisce in realtà una delle due opere in esposizione realizzate dalla giovane artista, la seconda essendo un’opera virtuale di realtà aumentata alla quale si può accedere solo attraverso il basamento con l’ausilio di un’apposita applicazione. La mostra è stata pensata, infatti, per indagare il confine tra materia e digitale nella scultura contemporanea. Si potrà quindi inquadrare il codice rosso per scaricare l’applicazione che consentirà di fare esperienza dell’installazione. Scaricata l’app (i visitatori che non sono dotati di propri dispositivi potranno servirsi di quelli di cortesia), la prima difficoltà sorge al momento dell’attivazione: bisognerà far collimare i tracciati che appariranno sullo schermo del telefonino con quelli presenti su una specifica faccia del basamento; operazione, a dire il vero, tutt’altro che immediata e user friendly e che, alla presenza di numerosi visitatori, può risultare in pratica impossibile. Attivato il programma, può iniziare l’esperienza espositiva completa. Muovendosi nella sala e traguardandola attraverso il proprio cellulare si vedranno apparire, in punti specifici, alcuni oggetti: una macchina ecografica, una cornice che riquadra un banco scolastico e relativa sedia, un tunnel in cemento. Inquadrando, invece, la scultura di Medardo Rosso sentiremo la voce della portinaia che ci inviterà ad andare, ad esempio, dal medico, o a scuola: suggerendoci, in definitiva, un’interazione con questi oggetti virtuali. Seguendo queste istruzioni possiamo muoverci verso l’oggetto in questione che si rivelerà essere in realtà -mi si passi l’espressione- un portale capace di trasportarci in una dimensione scultorea (potrei definirla in questo modo) di volta in volta differente. Attraversare il portale non è un’operazione semplice, può richiedere vari tentativi, ma, varcato, potremo visitare i relativi ambienti di realtà aumentata creati nella Sala del Parnaso. Due sono le caratteristiche che accomunano gli ambienti, i virtuali tra loro e la sala reale: la prima è la presenza “fisica” e visibile in tutti della scultura del Rosso e del suo basamento; la seconda è che essi rappresentano luoghi ai quali sono legate memorie ed esperienze personali dell’artista: lo studio ginecologico richiama quello della madre, ginecologa, appunto; l’aula scolastica la scuola -con annesso ritratto di Tito- della Jugoslavia frequentata dalla Domanović; il tunnel il Sun Tunnel di Nancy Holt, una delle fonti di ispirazione dell’artista serba. Tutti questi ambienti sono passeggiabili ed esplorabili. (L’ambiente più commovente è forse l’aula scolastica con la cartina della Slovenia attaccata alla parete, le cartelle nere degli scolari e un mucchio di macerie con tanto di graffiti accumulato davanti alla cattedra -trattasi della versione digitale e rivista del Monument to Revolution di Ivan Sabolić-: gli studenti, tuttavia, sembrano scappati…)

Medardo Rosso, La portinaia, 1883-84 / Domanović, basamento in kerroc, 2019

Prendendo le mosse dall’incontro tra l’opera di Medardo e l‘artista serba, la quale è rimasta affascinata sia da una dichiarazione dello scultore piemontese che affermava: “La scultura non è fatta per essere toccata, ma per essere vista da una certa distanza…” sia dall’uso che egli faceva della fotografia, impiegata non solo per documentare l’opera ma anche come una sorta di particolare “versione della sua scultura”, come dice l’artista, la mostra tenta la fusione di pratiche artistiche riconosciute, nel catalogo stesso, come “incompatibili”. Ed in effetti non si può parlare di fusione o di analogie; al più, i nessi tra l’opera di Rosso e quella della Domanović si possono rintracciare non sicuramente sul piano formale, dove la distanza tra i due fare artistici è marcata, quanto sul piano dello spunto teorico, per cui si potrebbe parlare di appoggi e di ispirazioni concettuali del primo sulla seconda. La luce sulle sculture di Medardo si muove lenta, atmosferica, palpitante, mentre, negli ambienti virtuali, è statica ed omogenea e, sul basamento, scorre rapida ed indifferente: la luce, per quanto percepibile con la vista, è dotata, in certe condizioni, di quella magia capace, per così dire, di produrre sensazioni tattili. La realtà aumentata può, invece, considerarsi una pratica avanzata e, per certi versi, deviata della fotografia.

Mi viene da pensare che questa più che una mostra di scultura sia una mostra sulla scultura, dove l’idea di scultura si può rintracciare, ad esempio, nel rapporto tra l’opera in kerrock e la realtà virtuale: come le sculture sono spesso dotate di una base che le sorregge e le sostiene, così il basamento funge da sostegno per la realtà aumentata, infatti a questi ambienti virtuali si accede solo dopo aver interagito con esso: quest’ultimo è dunque sia il piedistallo fisico per la Portinaia, sia quello funzionale per la realtà aumentata; e dove la pratica scultorea novecentesca -quella che prevede di unire, assemblare, aggiungere cose ad altre cose per dare vita a quegli oggetti artistici definiti sculture- viene qui esemplificata attraverso la realizzazione di ambienti virtuali che si sovrappongono a quello reale, si aggiungono ad esso realizzando un assemblaggio visuale. Anche se forse non basta la dichiarazione dell’artista a fare di “questa app una scultura”, il dubbio s’insinua.

Ora, l’esperienza è divertente, allietata anche da musiche diverse per ogni ambiente (consiglio di dotarsi di auricolari), ma, estraniandosi dall’esperienza immersiva, la visione di tanti adulti che si spostano da un punto all’altro dello spazio espositivo con lo sguardo fisso sul proprio dispositivo, concentrati ed istupiditi, ha un che di ridicolo ed inquietante e a qualche ampia e più generale riflessione induce. Certamente questa è una mostra che rimuove ogni soggezione nei confronti dell’arte contemporanea, perché, in fondo, essendo un’esperienza virtuale che facilmente abbiamo già fatto in altre occasioni e davanti ad altri schermi (google maps, visite virtuali di vario tipo o videogiochi), tutti ci riteniamo liberi e competenti nell’esprimere pareri ed opinioni.

È una mostra che, in definitiva, più che offrire una fascinazione estetica, gratifica la nostra riflessione, propone un’idea di ciò che si può fare ed indica una direzione percorribile sulla vasta mappa dell’arte di oggi; anche se la teoria vira un po’ troppo verso l’intrattenimento, premiandoci, alla fine del percorso, con un “well done!” dettoci dalla portinaia e presentandoci il tasto “restart”: versione aggiornata del più classico “insert coin(s)”.

GAM Galleria d’arte moderna, Milano – 12 novembre 2019 ¦ 6 gennaio 2020

Add Comment

Click here to post a comment